Homeward bound elena joli

La professoressa Elena Joli parla con Save the Planet a proposito della spedizione di Homeward Bound in Antartide e quello che vi ha trovato

IIn questo periodo, lo scorso anno, la professoressa Elena Joli si preparava a partire per l’Antartide, come parte del team di 77 donne scelto per far parte del progetto australiano Homeward Bound. Oggi le chiediamo come questa missione abbia influito su quello che insegna ai propri studenti e come sia possibile cambiare le nostre abitudini per salvare l’ecosistema polare.

«Ho visitato la Penisola Antartica alla fine dell’estate australe, nei mesi di febbraio e marzo del 2018. Sono stata selezionata per partecipare al progetto Homeward Bound (in italiano, “verso casa“), un’iniziativa australiana pionieristica e innovatrice che vuole promuovere il ruolo delle donne e la loro visibilità e leadership nel mondo tecnico-scientifico per avere un impatto positivo sulle politiche ambientali nella lotta al cambiamento climatico». Per questa spedizione è stato selezionato un equipaggio di 77 donne con formazione scientifica di età compresa fra i 27 e i 60 anni, provenienti da 21 paesi di tutto il mondo: sono partite biologhe marine, neuroscienziate, climatologhe, fisiche, zoologhe, esperte di politiche ambientali, ingegneri ambientali e geochimici, esperte di ecologia marina, insegnanti. Il programma di scienza e comunicazione ha visto il gruppo impegnato in attività di formazione virtuale nell’arco dei 12 mesi precedenti la partenza, su temi riguardanti l’ambiente e la scienza dei cambiamenti climatici, capacità strategiche, di comunicazione della scienza e di  leadership su scala globale.

Il progetto ha come ambizioso obiettivo a lungo termine quello di creare, nell’arco dei prossimi 10 anni, una comunità globale, collaborativa e inclusiva di donne che si occupano, a vario  titolo, di scienza, per partecipare più attivamente all’orientamento delle politiche ambientali, favorendo la presenza di una voce corale in merito a temi scientificamente e socialmente rilevanti come i cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, l’inquinamento dei mari e l’erosione della biodiversità.

L’Antartide è stata scelta per la sua importanza simbolica: un luogo “alieno”, ancora in gran parte incontaminato, un ecosistema fragile, dove, a causa delle condizioni ambientali estreme, gli effetti del riscaldamento globale sono fra i più evidenti del pianeta. Lo studio dell’Antartide e dell’Oceano Antartico e il loro ruolo nel sistema climatico del Pianeta forniscono dunque informazioni fondamentali sui cambiamenti su scala globale e sull’influenza delle attività umane sull’ambiente.

A causa delle condizioni ambientali estreme, gli effetti del riscaldamento globale sono fra i più evidenti del pianeta

Come hanno reagito i suoi studenti alla sua esperienza di aver trovato residui plastici perfino in Antartide?

«L’ultima cosa che mi aspettavo di vedere sotto il cielo grigio di una mattina di fine estate, in mezzo a quei ghiacci scintillanti, era un frammento deteriorato di plastica. Eppure dobbiamo pensare che dalla celluloide, la prima sostanza plastica artificiale inventata nel 1869, alla bachelite, al plexiglass, al PVC, al polietilene, al nylon, tutti gli oggetti di plastica fabbricati dall’uomo sono ancora sul nostro pianeta. Fra le altre attività, insegno fisica in un istituto tecnico superiore, e uno dei problemi di cinematica che mi diverto ad assegnare ai miei studenti riguarda un fatto di cronaca di 25 anni fa: un cargo contenente 28 000 Friendly Floatees (giocattoli di gomma a forma di paperelle, rane, e altri animali) disperde il suo carico di plastica nel nord dell’Oceano Pacifico a causa di una tempesta. I giocattoli vengono spinti dalla corrente sub-polare e si spargono per tutto il globo, fino a essere avvistati 15 anni dopo nell’Oceano Atlantico, a più di 25.000km di distanza. Così è più facile rendersi conto, da un lato della longevità della plastica, dall’altro della connessione globale fra gli oceani del nostro pianeta. Ecco dunque che ritrovare frammenti di plastica in un luogo incontaminato come l’Antartide diventa purtroppo meno sorprendente…».

Come possiamo educare le nuove generazioni a rispettare l’ambiente?

«Credo sia importante l’esempio, nella nostra pratica quotidiana: adottare e diffondere, agendo come modelli virtuosi, comportamenti alla portata di tutti (buona pratiche di riciclo dei materiali, attenzione per l’ambiente proprio a partire dal luogo e dalle città in cui viviamo) e contemporaneamente costruire occasioni di dialogo, confronto, informazione il più possibile rigorosa e documentata».

Durante Homeward Bound, cos’è che l’ha più sorpresa?

«La bellezza incontaminata, maestosa, indescrivibile di iceberg e ghiacciai, la tenerezza dei pinguini, la straordinaria varietà degli animali (orche, megattere, foche, petrelli delle tempeste, albatri ecc) e della natura in uno stato primigenio come quello del continente antartico. E naturalmente il clima di collaborazione, dedizione, passione per la ricerca e per la natura che ho respirato insieme alle mie compagne d’avventura e ai ricercatori che risiedono nelle basi scientifiche antartiche».

Articolo e fotografie di Elena Joli

Breve biografia

Fisica teorica, ha studiato i buchi neri all’Università di Bologna e all’École Normale Supérieure di Parigi. Ha conseguito un Master in Comunicazione della scienza alla SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) a Trieste. Da oltre 10 anni è autrice di manuali di fisica e materiali digitali per la scuola con l’editore Zanichelli di Bologna, lavora come docente di fisica nella scuola secondaria superiore e collabora come science editor con la casa editrice Dedalo di Bari. Fa parte dell’editorial board della rivista di divulgazione scientifica Sapere.

"tutti gli oggetti di plastica fabbricati dall’uomo sono ancora sul nostro pianeta"

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