Il Giappone mostra i muscoli e riparte la caccia alle balene a scopo commerciale

Non solo pesca, il paese dal nuovo nazionalismo rampante vuol riaffermare che non prende più ordini da nessuno

A margine del G20 di Osaka, ha suscitato clamore la notizia che dopo 31 anni il paese del Sol Levante abbandonava l’International Whaling Commition (ICW).

Istituito nel 1946 per regolare l’industria baleniera, dagli anni Ottanta ha compiti di preservare i cetacei dall’estinzione. Preannunciata dal premier Shinzo Abe lo scorso dicembre, dal 1° luglio è confermata l’intenzione di riaprire la caccia alle balene a scopo commerciale. Nonostante dal 1987 a oggi l’uccisione in acque territoriali ufficialmente fosse limitata a scopi scientifici, la verità è che i giapponesi non avevano mai smesso di farlo con altre intenzioni. Nei loro ristoranti e supermercati la carne di balena non è mai mancata. Stavolta però gettano la maschera e il Ministero della Agricoltura delle Foreste e della Pesca ha stabilito la quota massima in 227 esemplari da uccidere per questo semestre.

Solamente negli ultimi due anni, dati ICW, le baleniere dell’arcipelago hanno massacrato oltre 500 cetacei, di cui almeno 25 balenottere boreali, una specie considerata particolarmente a rischio estinzione. Un po’ tante per studio scientifico, vero? Infatti già nel 2014 Australia e Nuova Zelanda avevano portato il Giappone davanti alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja, facendolo condannare per violazione degli accordi di tutela dell’ambiente marino. Evidentemente a Tokio devono esserselo dimenticato subito.

Oggi, dopo che l’Islanda l’ha abbandonata completamente, questa pesca a scopo commerciale sarebbe ancora praticata da due nazioni europee: Norvegia e Danimarca. Ma il crollo del consumo della carne di balena l’ha ormai ridotta ai minimi termini. Per dirla tutta, dal 1960, anche in Giappone la vendita al dettaglio è diminuita costantemente, tanto che il settore si regge solo grazie ai sussidi statali. Quindi, perché riprendere un’attività antieconomica che attira le proteste della comunità internazionale e degli ambientalisti, con Greenpeace e WWF in testa? Forse perché proprio il Ministero si è stufato di spendere 463 milioni di dollari l’anno nei sopracitati sussidi all’industria baleniera. Ecco quindi che si prova ad aumentare la produzione per far scendere i prezzi al consumo, sperando che la spinta all’aumento della domanda dia al settore una boccata d’ossigeno. Ma questa motivazione esplicita sottolineata da molti non è sufficiente.

C’è anche una motivazione latente, parte della retorica “tradizionalista” che Shinzo Abe sta portando avanti da tempo.

Il leader ha recuperato l’immaginario militarista imperiale, a partire dall’abrogazione nel 2012 dell’articolo della Costituzione (imposto dagli americani dopo la guerra) che impediva al paese di avere le forze armate. Così, come la creazione di un nuovo esercito reale ha stuzzicato il patetico patriottismo giapponese, l’esaltazione dello storico spirito guerriero si manifesta anche nel ritorno alla caccia alle balene, qui praticata fin dall’epoca feudale… Milizia e tradizione! Secondo le indicazioni fornite dal portavoce del governo, Yoshihide Suga, sarà permessa solo nelle acque territoriali del Giappone, mentre sarà vietata nell’Antartide e nell’emisfero australe.

L’Australia ha già protestato formalmente contro questa caccia anacronistica e annunciato che terrà gli occhi aperti sui movimenti delle baleniere nipponiche. Vedremo se i moderni samurai dovranno nuovamente fare i conti con il vecchio effetto boomerang

Autore: Francesco Sani

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