Negazionismo Climatico: un fenomeno psicologico

Ci sono numerosi fattori che spiegano il fenomeno del negazionismo climatico, molti dei quali di natura prettamente cognitiva e psicologica

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Sono passati dieci giorni da quando lo sciopero scolastico per il clima innescato da Greta Thunberg si è trasformato nella più grande manifestazione contro il cambiamento climatico che il mondo abbia mai visto. Di conseguenza, durante queste settimane, sono state molte le discussioni sullo stato ambientale del pianeta e su cosa possa essere fatto per scongiurare una vera e propria crisi climatica mondiale. Ed è stato proprio nelle arene mediatiche (come anche su quelle social) che è emersa, democraticamente, anche una presunta opposizione: il negazionismo climatico. Il negazionismo scientifico non è nulla di nuovo: a tutti è noto come più di un secolo fa, per esempio, l’evoluzionismo darwiniano fosse stato inizialmente deriso. O ancora peggio, come gli studi di Galileo e molti altri siano stati banditi e conseguentemente puniti. Persino i collegamenti tra il fumo e le sue conseguenze sulla salute sono stati inizialmente confutati e negati tramite un ingegnoso quanto trasparente lobbismo da parte dell’industria del tabacco. Un caso di storia che si ripete, quindi: gli studi sono moltissimi, le prove schiaccianti, gli scienziati concordi e le conseguenze già visibili, eppure  molte persone nel mondo pensano che il cambiamento climatico sia un’invenzione, o perlomeno sostengono che non sia un evento imminente, che sia meno pericoloso di quanto non indichino i dati. Un fenomeno così diffuso, questo, che ha spinto psicologi sociali, scienziati cognitivi e neuroeconomisti a interrogarsi su quali siano le vere ragioni del negazionismo climatico.

A tutti è noto come più di un secolo fa l’evoluzionismo Darwiniano fosse stato deriso
Negazionismo come illusione cognitiva

La risposta potrebbe trovarsi nel funzionamento del cervello stesso. Simona Sacchi, psicologa sociale dell’Università Milano Bicocca spiega che «Per attivare il nostro sistema di allarme, non basta che uno stimolo sia percepito come generalmente negativo, deve anche costituire un pericolo. Per questo rispondiamo prontamente alle minacce intenzionali, che sono sentite come imminenti e capaci di attaccare la nostra incolumità fisica, o anche quelle di natura morale e sociale, i cui effetti si ripercuotono sul buon funzionamento della società.»

Per la maggior parte di noi, il cambiamento climatico si tiene dunque a debita distanza psicologica, limitando lo scatenamento di simili reazioni per quanto ci appare sia geograficamente che temporalmente remoto  «Gli effetti sull’ambiente delle nostre azioni non sono immediati, e forse non saremo neppure noi a subirli», continua Simona Sacchi «Anche se mancano ormai solo tre anni al 2020 – data entro la quale, secondo molti scienziati, bisognerebbe ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nell’atmosfera – quella data è percepita ancora come lontana, così come distanti geograficamente ci appaiono il Polo Nord, il cui ghiaccio si sta sciogliendo, e il Sudest asiatico, sconvolto dalle inondazioni. È questo divario spazio-temporale a determinare l’atteggiamento distaccato verso le tematiche ambientali». Una “distanza percepita” quindi, che ci spinge naturalmente a non credere a previsioni negative sul futuro dell’umanità. Un atteggiamento psicologico che si avvale e viene amplificato dal meccanismo difensivo della rimozione, usato inconsciamente dalla nostra psiche per tenere a bada le preoccupazioni: «è un processo del tutto analogo a quello che mettiamo in atto nei confronti di altri pensieri ugualmente paurosi, come quello della morte, per esempio», aggiunge la studiosa.

I 5 punti chiave del negazionismo

Delineato come naturale meccanismo di difesa psicologica, poco importa che si tratti di fumo di tabacco, evoluzione biologica o cambiamento climatico: il negazionismo scientifico presenta sempre, immancabilmente, le stesse 5 caratteristiche distintive (come delineato da Wired poco prima del COP21). E oggi, alla luce delle recenti manifestazioni e del polverone mediatico che ne é conseguito, è importante imparare a riconoscerle.

  1. 1. Falsi esperti: Nello stesso modo in cui scegliamo gli specialisti a cui affidarci – non andremmo da un dentista per curare l’influenza – bisogna anche reperire le nostre informazioni dalle fonti giuste. In questo caso, bisogna prima di tutto assicurarsi che l’esperto in questione abbia sviluppato degli studi specifici in climatologia.
  2. 2. Fallacie logiche: Argomentazioni prive di correttezza logica, ne siamo tutti vittima. Strumenti importantissimi per i processi esplicativi dei negazionisti, si può ricordare la fallacia ad hominem, che invece di discutere un’idea sposta l’attenzione su caratteristiche di coloro che la sostengono, irrilevanti per il dibattito, come nel caso di #fridaysforfuture , dove i manifestanti erano perlopiù teenagers.
  3. 3. Aspettative impossibili: L’incertezza è una costante nel lavoro di scienziati e ricercatori, per questo gli esperti si esprimono raramente in termini assoluti. Niente è mai comprovato al 100%, ma come per il riscaldamento globale antropogenico, dove le prove continuano ad accumularsi, l’incertezza statistica non può diventare un’alibi.
  4. 4. Cherry-picking: Letteralmente “cogliere le ciliegie” si riferisce all’abitudine di selezionare solo prove che ci danno ragione, e scartare le tante altre che ci danno torto. Un’ attitudine molto popolare sul web che non prende in considerazione la letteratura scientifica nel suo complesso.
  5. 5. Complottismo: Isolare frammenti di un discorso più ampio, privandolo del suo contesto originario, non solo può portare al cherry-picking ma fare anche volare l’immaginazione verso teorie fantascientifiche dove i ricercatori provano a tenere qualcosa nascosto dalle masse. Un altro fenomeno molto presente nella disinformazione digitale di oggi.

Viviamo in un’era di informazione immediata e disponibile, dove tutti diventano esperti al tocco di un clic: scegliere, cercare fonti attendibili e agire di conseguenza è una nostra responsabilità.

Una “distanza percepita” che ci spinge a non credere a previsioni negative sul futuro dell’umanità

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