Amazzonia: parla l’avvocato che ha denunciato Bolsonaro per crimini contro l’umanità

Traduzione dell’intervista rilasciata a GEO da Valérie Cabane il 28/08/2019

Giurista di diritto internazionale specializzata in diritti umani e diritti delle popolazioni indigene, Valérie Cabanes è autrice di due libri: Un Nouveau droit pour la Terre, Pour en finir avec l’écocide (éditions du Seuil, 2016), e Homo Natura : En harmonie avec le vivant (Duchest/Chastel, 2017). Presidente onorario dell’associazione Notre Affaire à Tous, è membro del consiglio direttivo de l’Alliance mondiale pour les droits de la nature e portavoce del movimento  End Ecocide on Earth.

Ecocidio: la distruzione della Casa comune, è la nuova definizione dell’attacco ai diritti umani che stiamo subendo e di cui i cambiamenti climatici sono soltanto la conseguenza

Coloro che distruggono un ecosistema devono essere condannati”, affermava a GEO l’anno scorso. Costernata per la catastrofica situazione in Amazzonia, Valérie Cabanes, esperta in diritti umani, ha elaborato una comunicazione alla Corte Penale Internazionale nella speranza che il presidente brasiliano sia giudicato per crimine contro l’umanità.

In che modo state lavorando a questa denuncia?

Con un manipolo di giuristi francesi e di contatti sul territorio Brasiliano stiamo riflettendo da mesi alla modalità migliore per presentare i fatti che riguardano Jair Bolsonaro. Secondo gli accadimenti recenti – gli incendi, gli oltraggi perpetrati ai diritti dei popoli autoctoni- abbiamo deciso di accelerare.

Quando si muove la società civile, si parla più di “comunicazione” che di “denuncia”. Secondo l’art. 15 dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (che ha la responsabilità di giudicare per crimini contro l’umanità, genocidio, crimini di guerra o di aggressione, ndr) “il procuratore può aprire un’inchiesta di sua iniziativa viste le informazioni sui reati di competenza della Corte”. Queste informazioni è quello che stiamo raccogliendo.

La distruzione dell’Amazzonia è iniziata molto prima di lui, perché accusare proprio il presidente brasiliano?

Eletto in autunno 2018, Jair Bolsonaro non è stato certo il primo ad aprire l’Amazzonia all’industrailizzazione, ma moltiplica gli atti cinici e le dichiarazioni tuonanti che aprono le porte all’impunità per tutti coloro che distruggono la foresta (più di 75000 incendi nel 2019, l’83% in più rispetto al 2018, ndr).

Non solo ha concesso al ministero dell’Agricoltura – che ha per unica ambizione quella di sfruttare l’Amazzonia come terra coltivabile – la responsabilità sulla FUNAI (Fondazione nazionale dell’Indigeno, un organismo pubblico incaricato della demarcazione e della protezione dei territori autoctoni, ndr), ma ha anche creato una sorta di task force il cui unico scopo è quello di ostacolare i lavori dell’Ibama (Istituto brasiliano incaricato di lottare contro lo sfruttamento illecito delle risorse naturali).

Senza contare quello che va ripetendo “Gli Indios devono adattarsi o sparire” che costituisce una forma di incoraggiamento al genocidio. Queste piccole ma terribili affermazioni incitano la criminalità minore e gli agroforestali a cacciar via i popoli dai loro territori perseguitandoli o cercando di entrare in contatto con le tribù isolate, ovvero incontattate, come gli Awa. Lavoro su questo caso da circa una decina di anni, e non ho mai avvertito una tale preoccupazione tra i leader autoctoni.

In che cosa il danno all’Amazzonia può essere considerato un crimine contro l’umanità?

Occorre considerare la Terra come un essere vivente. I ghiacciai sono il cuore e i fiumi le arterie, alcune delle quali vanno a nutrire le aree a foresta: i polmoni. A mio avviso, è davvero importante guardare all’Amazzonia come a uno degli organi vitali del pianeta.

Jair Bolsonaro mette in pericolo delle risorse naturali che sono indispensabili alle popolazioni locali e all’umanità tutta. La foresta amazzonica è vitale per il mantenimento delle specie, e non solo per il sequestro dell’anidride carbonica. Se continua a venire sfruttata a questi ritmi, finirà per essere trasformata molto rapidamente in un deserto.

Il ciclo delle piogge in questa regione tropicale ne sarà irrimediabilmente compromesso, finendo per creare scompenso nel clima mondiale.

In realtà il presidente brasiliano si è reso colpevole di ecocidio, la distruzione della casa comune, un attacco grave a uno degli ecosistemi della Terra – ma questo crimine ancora non esiste nel diritto internazionale. Dunque o attendiamo decine di anni perché sia riconosciuto, oppure troviamo giudici coraggiosi e il potere della giurispriudenza.

 

Serve un caso di esempio per far progredire il diritto internazionale

Avete dunque scelto la seconda opzione…

L’attuale procuratrice della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda (eletta per 9 anni dal dicembre 2011 dai 120 Stati membri del tribunale) ha annunciato in settembre 2016 che si prenderà la libertà d’ora in poi di interpretare i crimini contro l’umanità in modo più ampio in modo da includervi tre situazioni: lo sfruttamento illecito delle risorse naturali, l’appropriazione illecita delle terre o la distruzione dell’ambiente. Non ha ancora mai aperto questo genere di inchiesta.

Bolsonaro non è minimamente il solo ecocida. Semplicemente, se la coscienza mondiale evolve oggi rispetto ai cambiamenti climatici e alla perdita della biodiversità, questo avviene per reazione della distruzione dell’Amazzonia. Dunque la procuratrice ha una grande opportunità di mettere in pratica quello che lei stessa ha proposto nel 2016 e di lasciare il suo mandato alla Corte Penale Internazionale a testa alta.

Che probabilità ci sono che la vostra iniziativa vada in porto?

L’idea è di smuovere le acque ottenendo l’apertura di una istruttoria. La maggior parte del tempo, non posso negarlo, questo impiega molti anni. Stiamo ancora raccogliendo testimonianze in Brasile e mobilitando una coalizione internazionale di associazioni ecologiste e umanitarie, senza le quali la nostra comunicazione non avrebbe alcun peso. Noi speriamo idealmente di depositarla entro fine anno, ad esempio per la COP25 (che si terrà in Cile all’inizio di dicembre).

Infine, la nostra speranza è che la procuratrice della Corte Penale Internazionale decida di agire d’urgenza e apra un’inchiesta, cosa che di fatto metterebbe in crisi la posizione di Bolsonaro, anche se non venisse subito condannato. Tutto dipenderà dalla reattività di Fatou Bensouda e dei poteri che gli stati membri del tribunale le vorranno accordare…

Si può essere lucidi e pragmatici sulle falle e le mancanze del sistema attuale, ma questa non è una ragione sufficiente per non fare nulla. Serve un caso di esempio per far progredire il diritto internazionale.

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