Cambiamenti climatici e migrazioni umane

Sebastião Salgado è uno dei grandi reporter viventi. I suoi iconici scatti hanno immortalato tutti i più cruenti conflitti moderni, dall’Angola al Ruanda, dal Kuwait alla Jugoslavia. Ma al celebre fotografo brasiliano dobbiamo anche una monumentale opera di testimonianza, edita in due volumi negli anni ’90 con il titolo di “Migrations”. Si tratta di reportages che lo ha impegnato attraverso quattro continenti per raccontare, con una incredibile serie di immagini, il fenomeno delle migrazioni umane. Salgado, già nei primi anni Ottanta, aveva compreso che non solo le guerre, ma pure il depauperamento della terra e i disastri ambientali davano origine a spostamenti di milioni di persone.

In occasione di una sua recente mostra in Italia, interpellato in merito al fenomeno dell’immigrazione odierna sulle rotte del Mediterraneo, è stato lapidario: “le migrazioni umane erano di grandi proporzioni anche quarant’anni fa, però non avevano varcato i confini della vostra Europa, così solo ora ve ne rendete conto. Con un problema in più adesso: i cambiamenti climatici”.

Infatti, secondo l’International Organization for Migration, le possibilità che una popolazione sia sfollata a causa di disastri ambientali sono triplicate proprio rispetto a al 1980.

“le migrazioni umane erano di grandi proporzioni anche quarant’anni fa, però non avevano varcato i confini della vostra Europa, così ora ve ne rendete conto. Con un problema in più adesso: i cambiamenti climatici”

L’attuale narrazione dell’immigrazione, sempre al centro della cronaca sui principali media, ha concentrato il focus sull’evento in sé, favorendo la retorica populista, ma distogliendo lo spettatore dalle cause. Allo stesso tempo, i soliti media, pur sensibilizzando sui cambiamenti climatici raramente mettono in connessione i due fenomeni. Questo perché la semplificazione ha portato a considerare “migranti economici” tutti quelli non immediatamente identificabili come in fuga dalle guerre (es. i Siriani). Eppure i dati raccolti da ONG e agenzie delle Nazioni Unite, confermano il rapporto direttamente proporzionale tra l’aumento delle richieste d’asilo e le variazioni climatiche.

La maggior parte dei flussi migratori, infatti, provengono dalle aree rurali sub-sahariane  di nazioni esposte alla pressione ambientale, non per forza dai paesi poveri. La più autorevole agenzia in materia, l’Internal Displacement Monitoring di Ginevra, ha stimato nel 2017 gli sfollati dal proprio paese in 30,6 milioni di persone. Di queste, 5 milioni sono riconducibili a guerre e violenza politica ma, tempeste, inondazioni e siccità hanno portato ben 25,6 milioni a lasciare la loro terra. Stiamo parlando di una popolazione pari a quella di Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana messe insieme!

Le previsioni della Banca Mondiale al 2050 sono ancora più drammatiche. Stimano saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi per ragioni legate al cambiamento climatico. Oltre la metà riguarderanno l’Africa, continente che soffre ormai da decenni di fenomeni quali scarsità di acqua e desertificazione. I restanti sarebbero ripartiti rispettivamente fra Asia del sud e America Latina. Proprio i paesi del pianeta, meno responsabili delle emissioni in atmosfera dei gas serra, sono quelli destinati a soffrire di più i cambiamenti climatici. Un crimine ecologico che ha spesso generato dispute per l’impoverimento delle risorse naturali. Secondo l’ONU, dal 1990 almeno 18 conflitti armati sono strettamente legati a questa causa. A quanto pare, il noto refrain “Aiutiamoli a casa loro” diventa sempre più difficile in queste condizioni di ecosistema.

Il Diritto Internazionale non riconosca ancora la categoria dei “migranti ambientali”. Rendersi conto che non scappano solo dalla guerra, ma soprattutto dal clima, può far compiere ai leader mondiali le azioni necessarie per limitare il surriscaldamento globale?

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