Di cosa si parla alla Conferenza ONU per il Clima? La COP25 in pillole

Con l’arrivo a Madrid di Greta Thunberg, simbolo del ruolo della società civile che oggi darà vita ad una grande manifestazione, si è completato il quadro dei principali protagonisti della 25esima edizione della conferenza ONU. Gli USA si sono fatti notare per la loro assenza (la speaker dei Democratici Nancy Pelosi ha fatto visita, ma a titolo non ufficiale), la Cina c’è ma con tutte le sue ambiguità: primo paese al mondo sia per emissioni di Co2 che per investimenti in energie rinnovabili. L’Unione Europea partecipa con una delegazione del Parlamento portando una proposta molto innovativa, quella di un nuovo Green Deal per la neutralità climatica al 2050. E infine la Spagna, padrona di casa a sorpresa. Con la decisione di non svolgere l’evento per motivi di ordine pubblico in Cile, che pure rimane ufficialmente paese organizzatore, gli iberici si prendono la copertina. Un’occasione per mettersi in mostra come nazione “verde” dopo anni di importanti investimenti nell’eolico e fotovoltaico.

A questo punto la domanda è: di cosa si parla ai tavoli di lavoro della Conferenza a cui partecipano 196 nazioni più l’UE? Ecco in pillole i temi, gli interessi in gioco e le proposte:

  1. Il report ONU sul clima.

La prima conferenza sul clima, con lo slogan“In our hands” si è tenuta nel 1992 a Rio de Janeiro, le altre tappe più note sono l’edizione giapponese del 1997 che sancì la nascita del protocollo di Kyoto e la francese del 2015 che portò all’Accordo di Parigi sul clima. Adesso i lavori sono iniziati con il report dell’Agenzia ONU per l’Ambiente sull’ “emission gap”, indice di dislivello fra gli obiettivi ideali e le emissioni reali di gas serra. Lo studio ha certificato lo scenario degli insufficienti sforzi attuali. Otterremo un aumento medio delle temperature globali di 3,2°C entro fine secolo, veramente male rispetto l’obiettivo di mantenerlo al di sotto dei 2°C, come stipulato appunto a Parigi.

  1. Il Negoziato

Il segretario dell’ONU António Guterres ha detto che la parola d’ordine del negoziato deve essere “ambizione”. Più probabile sarà un tira e molla tra i paesi più virtuosi e quelli che faranno da ostacolo per raggiungere un risultato chiaro sui meccanismi di trasparenza del conteggio delle emissioni di anidride carbonica. Tra i cattivi citiamo l’India di Modi, sul podio dei grandi inquinatori, la Russia sempre ambigua e ancora alla ricerca della sua via allo sviluppo sostenibile e il Brasile dell’impresentabile presidente Jair Bolsonaro.

 

Una buona notizia: La Banca Europea per gli Investimenti, bloccherà dal 2021 i finanziamenti ai progetti che prevedono energia prodotta da fonti fossili, premiando quelli che puntano sulle rinnovabili

 

  1. L’annosa questione delle emissioni di anidride carbonica.

Il tema di negoziazione più importante riguarda i “mercati del carbonio”. Regolati dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, si tratta della possibilità per chi inquina di comprare dei crediti da imprese ecologicamente virtuose, per controbilanciare le proprie emissioni dei gas nocivi. Questo meccanismo che tanto piace ai paesi più industrializzati, è indicato con l’azzeccato neologismo spregiativo del “greenwashing”. Moralmente ingiusto verso quelli più vulnerabili, è nella sue essenza pure controproducente. Chi inquina di più sa che si può bilanciare con chi inquina pochissimo. Si punterà a regolare in modo più stringente questo meccanismo di compensazione, dato che a oggi la possibilità degli scambi di crediti è deregolamentata e pone seri problemi di contabilità effettiva.

  1. La finanza climatica.

Da dieci anni si discute di capitalizzare 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 da inserire nel Green Climate Fund, istituito a Cancun nel 2010 per sostenere i paesi in via di sviluppato nella transizione alla decarbonizzazione.

  1. Fondo di solidarietà per le calamità climatiche.

Detto al punto sopra del potenziamento del “Green Climate Fund”, un altro tavolo di trattativa importante è quello degli aiuti economici per far fronte ai danni causati dei disastri climatici. Un altro fondo da istituire per assistere i Paesi poveri nel contrasto dei cambiamenti climatici servirà a rendere più agevoli gli aiuti economici. La loro pressione all’attuazione del meccanismo è più che legittimo, dato che il deterioramento delle condizioni climatiche è dovuto soprattutto ai sistemi produttivi dei Paesi ricchi, ma le conseguenze peggiori affliggono i meno responsabili delle emissioni di Co2.

  1. Politiche per disincentivare l’uso dei combustibili fossili.

L’aumento di gas serra nell’atmosfera è dovuto in larga parte alla produzione di energia e di carburanti da fonti fossili, i trasporti e il settore delle costruzioni. Drammatico anche il contributo della deforestazione che ha devastato territori ricchi di biodiversità come Brasile, Messico e Indonesia. Per ridurre le emissioni serve aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e investire nel trasporto pubblico. I movimenti per l’ambiente chiedono ai politici di cancellare i sussidi alle fonti fossili. In Italia sono stimati da Legambiente in 18,8 miliardi di euro, riguardanti sconti sui canoni delle concessioni per trivellazioni e deduzioni varie su accise al settore degli idrocarburi. Nella bozza iniziale del Decreto Clima, passato recentemente al Senato, sussisteva la proposta di cancellarli gradualmente entro il 2030, ma oggi la proposta è scomparsa. Altre strategie consistono nello spingere la finanza a disinvestire in compagnie che si occupano di petrolio e derivati. Considerato l’alto costo d’investimento di ricerca e estrazione, privare questo settore di capitali sarebbe ideale.

Questi temi dalla prossima settimana entreranno nel vivo e infiammeranno i tavoli della Conferenza per chiudere un qualche accordo. Nel frattempo alle 18 Greta Thunberg guiderà la grande marcia dei movimenti Fridays for Future.

Articolo a cura di Francesco Sani.

Foto: Getty Images

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