Il disastro annunciato degli incendi in Australia

Dal 5 dicembre al 5 gennaio gli incendi in Australia hanno mandato in fumo 6 milioni di ettari di territorio, causato 24 vittime, centinaia di feriti e 300.000 sfollati. Inoltre, dati dell’Università di Sydney, sono morti circa 500 milioni di animali con una riduzione del 30% del loro habitat.

I rischi legati ad un territorio che sperimenta periodi di siccità sempre più lunghi, temperature record stabilmente oltre i 40 gradi, combinati al cambiamento climatico globale, sono il mix esplosivo che ha raggiunto il suo flashpoint in questa estate australe.

Quando l’ultimo dei grandi roghi che stanno devastando l’isola-continente sarà domato e inizierà la conta del disastro, il premier conservatore Scott Morrison si renderà conto che il clima impazzito produce più danno all’economia della rinuncia alle fonti fossili.

Sì, perché Morrison, come Trump, è un negazionista del surriscaldamento della Terra. La rappresentanza del suo paese a Madrid alla COP25, infatti, è una di quelle che ha contribuito al fallimento della Conferenza ONU sul clima al tavolo delle trattative per la riduzione delle emissioni di Co2.

Il motivo è semplice e ce lo ricorda l’Università di Melbourne: l’Australia dipende per i 2/3 da fonti fossili. Le banche australiane investono in petrolio e carbone quattordici volte più che nel settore delle energie rinnovabili, le quali coprono appena un misero 10% del fabbisogno di energia totale. Gli Aussie detengono, pertanto, il record d’inquinamento pro capite fra i più alti del mondo secondo il Climate Change Performance Index.

 

Quello degli incendi in Australia è un disastro annunciato e il fallimento della sua classe politica.

Il fenomeno fuori controllo degli incendi in Australia è il risultato di una serie di fallimenti. Il fallimento della classe politica, in particolare del Partito Conservatore legato alle lobby minerarie. Incapace di difendere il territorio prima e di proteggere la popolazione poi, i conservatori hanno peraltro affossato il National Energy Guarantee. Con orizzonte 2030, questo ambizioso piano energetico strategico avrebbe aiutato a rispettare l’Accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni in atmosfera.

Il fallimento della tutela dell’ambiente, in un paese dove lo scorso anno si sono calpestati i diritti degli aborigeni per permettere al colosso indiano Adani Mining Ltd di realizzare a Charmicheal, nel Queensland, la più grande miniera di carbone al mondo.

Infine il fallimento del capitalismo australiano, la 18esima nazione più ricca del mondo incapace di liberarsi di vecchie abitudini inquinanti e aprirsi all’innovazione tecnologica dell’energia verde.

Indipendentemente dalla solidarietà che ci fa accogliere con preoccupazione le notizie di questo Armageddon ecologico, gli australiani, scontando un pò del danno che hanno contribuito a creare, hanno molto da biasimare a sé stessi.

 

Articolo a cura di Francesco Sani.

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