COP 25, chiusa con un fallimento la Conferenza ONU sul clima. Solo l’Unione Europea ha trovato l’accordo sulla neutralità climatica.

È sempre l’ultima chiamata per il clima… Fino alla prossima chiamata. Potremmo sintetizzare così il fallimento della chiusura della COP25, quella in cui le grandi nazioni inquinanti dovevano prendersi le loro responsabilità. Non è stato così e i colpevoli principali per il non accordo sono da ricercare in Brasile e Australia. Con questa premessa, riponiamo le speranze nella COP26 per la riduzione delle emissioni. Infatti, alla conferenza in programma a Glasgow il prossimo anno, si darà il via ufficiale all’Accordo di Parigi.  In Scozia tutti i paesi saranno chiamati a indicare il loro target di taglio della Co2 per il 2030.

C’è chi ha già scoperto le carte, e l’Unione Europea ha trovato l’accordo sulla neutralità climatica al 2050. Unico non firmatario ancora è stato la Polonia. Il paese che dipende ancora dal carbone per i 2/3 del suo fabbisogno energetico vuol capire meglio come sarà assistito nella fase di transizione. È stata la cancelliera tedesca Angela Merkel a annunciare la notizia soddisfatta alla COP25: “abbiamo avuto delle intense discussioni sul clima per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Condividiamo tutti lo stesso attaccamento a questo obiettivo, un solo stato membro ha deciso di non impegnarsi oggi e ha detto che lo farà a giugno dell’anno prossimo.”

A Madrid gli altri tavoli di trattativa più importanti erano due: l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi ed il Fondo “Loss and Damage”. Sul primo ci si è confrontati sulla difficoltà di conteggiare effettivamente la Co2 oggetto di scambio del “Mercato del Carbonio” e sulla mancanza di trasparenza nei controlli.

Sul secondo, in merito alla possibilità di intervenire con un risarcimento per i paesi vittime di disastri ambientali, nonostante la dotazione di 10 miliardi di dollari, non erano stabiliti i criteri di impiego. Anche su questo punto non si è chiuso su un testo condiviso sui meccanismi di erogazione per l’opposizione di Giappone e Arabia Saudita.

Greta Thunberg, unica vera star di questa COP25, non si accontenta di appelli e nel suo speech alla conferenza è stata lapidaria: “le delegazioni discutono su aspetti burocratici ma non hanno capito che è giunto il momento di fare un taglio drastico delle emissioni”. Intervento che però deve essere immediato, perché l’allarme della comunità scientifica parla di otto anni antro i quali la temperatura terrestre rischia di superare la fatidica soglia dei 2 gradi di aumento. A quel punto una serie di stravolgimenti climatici a catena rischiano di rendere il nostro pianeta inabitabile.

“Le delegazioni discutono su aspetti burocratici ma non hanno capito che è giunto il momento di fare un taglio drastico delle emissioni”

L’unica buona notizia viene dalla neo presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, la quale ha impegnato il Parlamento a darsi una legge sul clima entro marzo e ha presentato ufficialmente il Green Deal. Per la Von der Leyen deve essere qualcosa di estremamente ambizioso, al paragone degli sforzi che hanno portato l’uomo sulla Luna.

Ultima protagonista femminile intervenuta a Madrid è stata la direttrice esecutiva di Greenpeace Jennifer Morgan, molto delusa sull’incapacità di arrivare a un accordo tra i Paesi: “la Cop25 ha messo in luce il ruolo che gli inquinatori rivestono nelle scelte politiche e la profonda sfiducia dei giovani nei confronti dei governi”. Allo stesso tempo ha esortato l’Unione Europea a ricoprire un ruolo leader per trascinare la Cina in attesa di capire chi sarà il prossimo inquilino alla Casa Bianca.

Sicuramente sono richiesti degli sforzi economici e su questo il vicepresidente dell’UE Frans Timmermans cercherà di trovare tra le pieghe del bilancio comunitario 260 miliardi supplementari annui (circa l’1,5% del Pil del 2018), per i quali sarà necessario mobilitare sia il settore pubblico che privato: “all’inizio del 2020 la Commissione presenterà un piano di investimenti per un’Europa sostenibile per contribuire a soddisfare le esigenze di investimento. Almeno il 25% del bilancio a lungo termine dell’UE dovrebbe essere destinato all’azione per il clima e la Banca Europea per gli investimenti, la Banca Europea per il clima, fornirà ulteriore sostegno. Per fare sì che il settore privato contribuisca al finanziamento della transizione ecologica, nel 2020 la Commissione presenterà una strategia di finanziamento verde”.

Una finanza verde è l’unica immaginabile al momento che possa contrastare quella del capitalismo di stampo anglosassone, che ha la faccia del magnate delle assicurazioni Warren Buffett. Lui ha dichiarato di non preoccuparsi per i cambiamenti climatici, perché sarà il primo a fare affari anche dopo l’apocalisse. Dato che il grande value investor ha ormai 90 anni suonati, sarebbe grave se ne avesse l’occasione!

 

Articolo di Francesco Sani

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