Venezia, “hot spot” del cambiamento climatico in Italia

Presto la notizia della devastante alta marea che ha alluvionato Venezia, la notte tra il 12 e il 13 novembre, sparirà dalle prime pagine dei giornali e dall’attenzione delle televisioni. Nel frattempo facciamo una considerazione: “l’Acqua Grande” (quella oltre i 140 cm) in cento anni ha colpito la laguna ventidue volte, metà delle quali solo nell’ultimo decennio. Quindi, è vero che un’alluvione di queste proporzioni, favorita dai venti di Scirocco, era dal 1966 che non accadeva, ma adesso la frequenza è preoccupante.

Questa, poi, non è solo una tragedia dovuta al drammatico stravolgimento climatico in corso, ma anche alla corruzione e inadeguatezza di una classe politica. A livello locale e nazionale si è dimostrata incapacità di progettare un futuro senza super sfruttamento delle risorse ambientali. Dalle “grandi navi” per l’insostenibile afflusso turistico all’affare per la costruzione delle barriere protettive anti-alluvioni, il MOSE, l’accanimento dell’avidità di pochi su Venezia sta mettendo in crisi tutto un ecosistema delicatissimo. Poiché qui, per la posizione geografica e l’originale morfologia della città, i cambiamenti climatici sono già più evidenti che altrove in Europa.

Se gli scienziati sono concordi su un punto, questo è il livello delle acque dei mari, destinate a aumentare per lo scioglimento dei ghiacciai e per la dilatazione dovuta al surriscaldamento. Nel Novecento il livello nella laguna veneta è aumentato di trenta centimetri e potrebbe essere di un metro entro la fine di questo secolo. A quel punto la città rischierebbe di andare sommersa e totalmente invivibile.

 

“Per la sua posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi un hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido” Gianmaria Sannino, ENEA

Ma il caso di Venezia è la punta di un iceberg per l’Italia. In questi ultimi giorni abbiamo avuto anche il centro di Matera sommerso da un fiume di fango e la costa pugliese compita da una straordinaria tromba d’aria. Tutti questi casi se messi in fila costituiscono una sequenza che rende le calamità naturali non più straordinarie ma ordinarie.

Le statistiche dell’European Severe Weather Database per il Belpaese sono un’ottima chiave di lettura. Secondo questo archivio, che registra tutti gli eventi estremi – tornado, piogge torrenziali, grandinate eccezionali, tempeste di neve, valanghe – dall’inizio dell’inizio dell’anno si sono verificati 1.543 calamità nelle nostre regioni. Circa cinque al giorno in media! Questi dati rafforzano la tesi dell’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo economico sostenibile (Enea) che il cuore del Mediterraneo sia l’area dove sono più visibili i cambiamenti climatici. Pertanto è interessante citare un articolo di Stefano Liberti, pubblicato su Internazionale il 14 novembre, che li ha sviscerati a confronto con altri paesi. Prendendo ad esempio la Spagna e il Regno Unito, nello stesso periodo hanno avuto rispettivamente 248 e 190 calamità. Considerando poi la serie storica di questi tre paesi, osserviamo una progressione davvero preoccupante: in Italia nel 2009 si sono verificati 213 eventi estremi, in Spagna 219, nel Regno Unito 47. Andando ancora più indietro di dieci anni, nel 1999, in Italia se ne erano registrati 17, in Spagna 24, nel Regno Unito 27. È evidente che nel nostro paese il fenomeno stia crescendo più rapidamente.

Tutela e messa in sicurezza del territorio, accompagnato a politiche che riducono l’emissione di anidride carbonica sono imprescindibili per chi è chiamato al governo nazionale. Ormai non siamo più di fronte a emergenze inaspettate ma ad una nuova normalità di catastrofi in serie.

 

Articolo a cura di Francesco Sani.

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